Melancholia (voto:10/10)

melancholia

SCHEDA TECNICA


REGIA: Lars Von Trier

GENERE: Drammatico, Fantascienza

PRODUZIONE: Francia, Germania

ANNO: 2011

DURATA: 110 min.

CONSIGLIATO A: Chi ha avuto un amore tormentato.

INTERPRETI: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Brady Corbet, John Hurt, Udo Kier, Kiefer SutherlandAlexander SkarsgårdCharlotte RamplingStellan Skarsgård, Cameron Spurr, Jesper Christensen.

TRAMA – RECENSIONE


Dietro il sole di ciascuno di noi (obiettivi, ambizioni, piaceri, ecc), si nasconde qualcosa che viene da lontano, pronta a schiantarsi sul mondo che abbiamo costruito per mostrarne l’assurdità.
Questo Melancholia, bellissimo film di Lars von Trier, aperto da un’ouverture wagneriana che è già presentimento. Nell’apparente suddivisione in due parti, si snoda la vanità del vivere umano (prima parte) e della vita umana (seconda parte). Justine, in una sera soltanto – la più bella, quella del suo matrimonio – perde tutto quello per cui, fino a qualche ora prima, aveva gioito. L’amore si corrompe di banalità, e non basta rinvigorirlo con l’alcol o annegarlo nello svago del tradimento. Il lavoro, poi, è ‘nulla’, proiezione della miseria di un capo, che riduce tutto a ‘slogan’. Sullo sfondo, una sofferenza più arcana, resa palpabile in alcuni momenti dalla tensione che si crea: una madre distrutta dal cinismo, e un padre che gozzoviglia al banchetto di nozze della figlia, privata perfino del nome e lasciata in una profonda solitudine con un banale biglietto.

Questa è la vera ‘melanconia’ che spegne la vita. Nascosta per chi sa quanti decenni nella profondità dello spirito, emerge d’un tratto e nel momento di più apparente pienezza a ricordare la caducità del ‘mondo’. Umore nero la si chiamava nella medicina della antica Grecia (ippocratica prima, e galenica poi), diventando col tempo topos di ampia presenza nella nostra civiltà. Basti pensare che non è un caso se Justine è persona di genio, la pubblicista che sa sfornare idee in ogni occasione, lavorando continuamente di inventiva. «Perché tutti gli uomini eccezionali – si chiedeva lo Pseudo Aristotele dei Problemata – nell’attività filosofica o politica, artistica o letteraria, hanno un temperamento melanconico… a tal punto da essere perfino affetti dagli strati patologici che ne derivano?».
Forse perché essi «vedono le cose», vanno oltre, scendono in profondità, dove non c’è fondamento a nulla, ma non un grande ed immenso vuoto: questo il filo rosso che lega lo spirito umano ai destini del cosmo. Claire non si rassegna: quella burbera e perfettina sorella, sposa di un miliardario bonario che ha fatto tanto pur di rendere speciale il matrimonio della cognata, quasi ci strappa la più sentita ammirazione. Ci ribelliamo all’ormai arcigno cinismo – e non bastano parole per descriverlo – che traspare dal torvo sguardo di Justine, certa della fine di tutto.

Siamo soli, e l’universo stesso, finita la vita umana sulla Terra distrutta da questo inaspettato ospite nel sistema solare, non avrà più senso. Eppure non ci si può sentire lontani da Claire, immagine esile (preda dell’angoscia e affamata di aria) della vita che vuole sopravvivere, quando fa di tutto per mettere in salvo il figlio. Perfino l’illusione di un rituale, di una fine quasi eroica (con sottofondo di Beethoven), ci pare un buon compromesso che Justine potrebbe accettare, pur nella propria lucidità, corroborata dalla raggiunta coscienza che il nonsenso della sua vita è quello di ogni esistenza.
La fine arriverà. E arriverà trovando le due sorelle nella loro distanza – rassegnata e disillusa Justine, straziata dalla tragedia Claire – entrambe però unite da un ultimo atto di illusione compiuto per amore.

Trailer:

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