La caduta degli Dei (voto: 10/10)

la caduta degli dei

SCHEDA TECNICA


REGIA: Luchino Visconti

GENERE: Drammatico, Guerra

PRODUZIONE: Italia

ANNO: 1969

DURATA: 155 min.

CONSIGLIATO A: Chi ama i film nei quali la letteratura si mischia al cinema.

INTERPRETI: Dirk Bogarde, Ingrid Thulin, Helmut Griem, Renaud Verley, Umberto Orsini, Reinhard Kolldehoff, Albrecht Schönhals, Florinda Bolkan, Nora Ricci, Karin Mittendorf, Valentina Ricci, Wolfgang Hillinger, Howard Nelson Rubien, Werner Hasselmann, Mark Salvage, Karl-Otto Alberty, John-Frederick Jones, Richard Beach, Klaus Hohne, Piero Morgia, Ernst Kuhr, Peter Brandt, Wolfgang Ehrlich, Antonietta Fiorito, Ester Carloni, Peter Dane, Bill Vanders, Charlotte Rampling, Helmut Berger, Jessica Dublin, Irina Wanka.

TRAMA – RECENSIONE


Non c’è scena di questo film di Luchino Visconti, uscito in America nel 1969, che non sia una citazione di una pagina di letteratura o di storia della Germania. Ed è questa capacità di andare oltre il testo che fa di un’opera un capolavoro assoluto. Si potrebbe stare ore a commentare, cercando e ricercando nella memoria opere, eventi, riferimenti simbolici, e sarebbero sempre poche. Visconti, prima di essere un cineasta, era un uomo colto, e chi ne conosce la vita non può non notare anche un’attenta disamina della sua stessa interiorità, arrivando a dissacrare se stesso per ritrovarsi meglio in seno alla verità. Una pellicola che è anche una confessione, pudica e sincera, di un dissidio ancestrale, che Visconti sentì e mise in scena, testo confessione oltre ogni ipertesto.

Il film si apre con un convito in onore del barone Joachim von Essemberg, il re dell’acciaio. Uomo probo, di vecchio stampo, nel tentativo di proteggere la propria azienda, simbolicamente rappresentante dell’industria pesante tedesca, dal caos in cui sta precipitando la Germania, ne affida la direzione ad un uomo non inviso al nuovo corso: Konstantin von Essenbeck, suo nipote e membro della SA di Ernst Rohm. Non può certo restare al comando un uomo come Herbert Thallman, marito di una nipote di Essenbeck e tra i primi ad intuire la gravita della situazione e la vera natura del nazionalsocialismo. Né può affidare un ruolo così importante al nipote Martin, il cui padre, unico figlio del barone, morì durante il primo conflitto mondiale, e la cui madre, Sophie, è ora amante di Friedrich Bruckmann (Dirk Bogarde), anche lui dirigente nell’azienda e anche lui aspirante alla presidenza. Martin, infatti, nello spettacolo in onore del nonno che si tiene prima della cena, improvvisa un siparietto alquanto volgare, spinto anche dalla madre che vuole metterlo in ridicolo per far emergere la figura del proprio amante. Importante soffermarsi sulla performance di Martin: un’imitazione di Marlene Dietrich ne L’angelo azzurro (1930) diretto da Josef von Sternberg, il quale lo trasse a sua volta dal romanzo di Heinrich Mann, fratello del ben più noto Thomas ma, soprattutto, noto antinazista. Un richiamo ancor più forte, se si considera che la trama descrive la decadenza di una famiglia, ispirandosi liberamente quanto chiaramente ai Buddenbrook del maggiore dei i fratelli Mann, Thomas. Che, seppur distante dal nazismo, ebbe alle spalle una polemica pubblica col fratello minore, pacifista e non fomentatore di prove di forza.
Di mezzo, il volto demoniaco del potere, rappresentato da un cugino degli Essemberg, Aschenbach (Helmuth Grien), ufficiale delle SS. Sarà questi a gestire le sorti non solo delle acciaierie, ma anche delle vite e, soprattutto, delle anime dei protagonisti, in un vortice di esaltazione, potenza distruttiva e perversione anche sessuale.

L’eterogenesi dei fini è la dimostrazione più chiara dell’impossibilità per l’uomo di predire ciò che sarà: finirà come mai nessuno si aspetterebbe, come del resto capita spesso nelle cose umane. La disamina che Visconti propone nel film non è quella che possiamo notare in altre opere sul tema, troppo accondiscendenti verso le certezze dello spettatore, magari già inculcate da certa storiografia ridotta a propaganda politica. Non c’è dubbio che Visconti metta in evidenza la pavidità dei molti e l’arrivismo di alcuni – tutti temi che non scopre egli per primo. E forse, anche la perversione di Martin non può annoverarsi tra i motivi di originalità del film. È la trama, invece, che è annodata in modo sopraffine, soprattutto nel suo richiamarsi alle vicende storiche: l’uomo della vecchia Germania si affida al rude combattente uscito dalla fornace della Grande Guerra, ma che viene fatto fuori dall’arrivista borghese, il quale, a sua volta, cederà di schianto davanti alla lucida follia del male. Tutti volevano utilizzare la politica per i propri fini: sarà la politica a utilizzarli per sé. Il personaggio più riuscito, infatti, è quello della SS Aschenbach, perno di tutta la narrazione. Il male ha i suoi servitori, perfino molto zelanti, ma non si sporca mai le mani: seduce, anestetizza, manovra con la promessa di far diventare «come Dio». Ultima, ma non ultima, citazione di un libro. In questo caso di quel classico su cui si fonda tutta la nostra civiltà.
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Trailer:

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